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Qundo ero piccola io e i miei cugini avevamo messo su un’agenzia investigativa. Avevamo una valigetta di plastica marrone cacchina piena di moduli per schedare i casi, una serie di pistole finte, lenti di ingrandimento, campanacci (mah), un metro da sarta e un bel po’ di monete da dieci lire, che erano i nostri stipendi. Il problema era che non avevamo niente su cui indagare, mai un furto, una sparizione, mai un mistero.
Un giorno che la noia stava prendendo il sopravvento siamo andati da mia madre.
“Non hai qualcosa su cui possiamo indagare? Qualche mistero? Niente?”
Mia madre era immersa nei vapori della stirella e non sembrava molto partecipe.
“Una volta” provò a dire “una volta ho sentito un rumore fortissimo, come di ferro, e non ho proprio capito da che parte arrivava”. Ma che diavolo di mistero era? All’inizio ci provammo, passammo al setaccio le due camere da letto ma niente, niente che potesse far pensare a un rumore metallico sconosciuto. L’interrogatorio si limitò a “ma la finestra era aperta o chiusa? Quante volte l’hai sentito?” Poi abbiamo dato un’occhiata, anzi abbiamo ascoltato i suoni che arrivavano dal capannone di fronte.
“Ma non è che è lo stabilimento?”
“Mah magari sì”
Ce ne andammo via delusissimi. Alla fine le attività dell’agenzia consistevano essenzialmente nel mettere a moduli e lucidare pistole. Sembravamo un incrocio tra impiegati di posta e reduci di guerra.
Tempo dopo accadde invece qualcosa che diede da pensare per un po’. Il finestrino dell’alfasud di mio zio andò in mille pezzi così, di botto. Ci arrovellammo tantissimo sul caso ma non venimmo a capo di niente manco lì. Ovviamente mai sentito parlare di “cancro del vetro”, punto di rottura et similia. Mio cugino pensava a un meteorite, mia cugina gli UFO, io che non sono mai stata orientata al problem solving non avevo idee, con il senno di poi, per me era un X file e tanto bastava (potrei archiviare come X file almeno metà della mia vita a ben vedere.)
Visto il grande successo professionale e il break even point un lontano miraggio, decidemmo a un bel mjomento di liquidare l’azienda in maniera molto coereografica. Scavammo una buca nel giardino di mio cugino, ci mettemmo dentro i campanacci, le lenti e le pistole, ricoprimmo il tutto di terra e addio 007.
Decenni dopo fecero dei lavori a casa di mio cugino. Degli esterrefatti muratori portarono a sua madre un campanaccio arrugginito, delle lenti ormai opache e delle pistole a aria compressa. Sua madre si chiese per un bel po’ di tempo come mai tutta quella roba provenisse dalle viscere della terra. Per un po’ cercammo di negare, rivendicando così anche da grandi il nostro diritto al mistero. Mio cugino consigliò di chiamare un esorcista, che non si poteva mai sapere, mia cugina scosse la testa lentamente dicendo mai vista questa roba, io mi cimentai nel più prosaico “ma perché avremmo dovuto seppellire i nostri giochi? Mica siamo dei cani”.
Alla fine la mamma di mio cugino si fece arbitro unico della questione risolvendo il mistero a modo suo. La sentenza suonava più o meno così: “chi tri bilott chi g’han nient de fa, e sì ch'in grant (trad. Tu guarda questi tre pirla come non hanno nulla da fare. E sono pure grandi)”.
NoBili AnteNati
L’altro giorno stavo usando il tagliere di mia nonna – non ho molte cose di mia nonna, il tagliere, due bollitori e le coperte di maglia – e mi è venuto in mente nella nostalgia che stavo respirando un episodio che aveva fatto ridere tutti. Questa mia nonna era un po’ curva e malata sì, ma anche tanto lagna e ogni acciacco era una vera tragedia. Un sabato pomeriggio, che era una bella giornata di sole tiepido, mia madre non ne poteva più di lei che si lamentava perché non riusciva a andare in bagno e aveva mal di pancia, così ha preso su tutto e molto velocemente è partita per la montagna, non prima di averle dato un bel miscuglio di pastiglie alle erbe e supposte di glicerina e averla lasciata alle mie amorevoli cure. Mia nonna si è lamentata ancora un bel po’ tanto che io non sapevo bene che cosa fare, poi finalmente è riuscita a andare in bagno. Dopo, stava così bene che aveva voluto anche uscire in giardino, dove seduti in cerchio sulle sedie di plastica c’erano anche mio zio, mia zia e l’altra mia nonna, che era soprannominata Patton generale d’acciaio per il suo caratterino docile, arrendevole e remissivo. Sono stati tutti lì un bel po’ a parlare, del caldo, dei fiori del giardino, dell’erba da potare, di una rana che di notte si sentiva sempre e mia zia diceva che era una rana-toro. Poi mia nonna ha voluto bere il the, così l’ho riaccompagnata per le scale dentro casa e ho messo su l’acqua. In quel momento mio zio mi ha chiamata fuori e mi ha detto vedi come è facile a volte, le persone per farle star bene basta solo mandarle a cagare. Al che tutti quanti abbiamo riso forte mentre l’altra mia nonna diceva uè, sacrament, và che l’è minga bel ves bun no de andà al gabinet, ma si vedeva lontano un miglio che veniva da ridere parecchio pure a lei.
FiN QuI TuTTO BeNe
Oggi è arrivata una mail del grande del grande capo che dice che l’azienda è solida, forte e sperano di non dover tagliare il personale. Capisci ammè. Alla mia amica A. Invece han detto che se vuole imparare a andare in skateboard il magazzino degli ordini è a disposizione. Prevedo una splendida e progressiva sorte da disoccupata ma la cosa per ora mi lascia abbastanza zen, la guardo da lontano con una certa curiosità. Avrò tutto il tempo per uno sbrocco come si deve. Intanto approfitto dello stipendio per fare un po’ di shopping, inutili scarpe e bellissime, pantaloni e altri generi di prima necessità. A proposito di prime necessità, il richiamo di NY è fortissimo. Vorrei passeggiare sul lungo mare di Coney Island o chiudermi un paio d’ore da Tiffany. Bere la cioccolata a Dumbo, andare al Mercury Lounge. E’ tutto il futuro a cui riesco a pensare. A dire il vero riesco a pensare anche al trekking al campo base Everest che voglio regalarmi per i 40 anni. Vedo il futuro solo in termini di viaggi e di gioielli. Il che fa di me una persona frivola immagino. Sto guardando con una certa apprensione le tende del soggiorno. Volendo farci un abito nuovo, non bastano nemmeno per iniziare. Ma si può rimediare un effetto missoni coi tappeti del bagno, va tutto bene.
DiaRiO (di ViaGgiO) MiNiMO
Dovrei parlare del viaggio, di come il cielo nell’immensa solitudine delle pianure della Patagonia sia la prima cosa che vuoi fotografare, quando le nubi scolpite dal vento giocano a disegnare onde anomale e il nulla che ti circonda è un abbraccio caldo a cui consegnare pensieri improvvisamente inutili e piccoli.
Dovrei raccontare di come la montagna ogni volta rinnovi la sua magia, della completa felicità di fronte al Fitz Roy, quando anche l’ultima nube cede il passo all’imponenza della cima e il blu e il verde dei laghi sono quasi accecanti e tutto è così semplicemente perfetto da voler trattenere il respiro per paura di rompere l’incantesimo.
Vorrei non dimenticare mai la dolce malinconia delle strade e delle case di Puerto Natales, dei pescherecci malandati ammassati al porto, i contorni confusi come i colori sulla tavolozza di un pittore. E quanto avrei voluto nascondermi, in una di quelle case polverose dai colori sgargianti, e ridisegnare la mia vita con altri colori, altri sapori, lontano.
Vorrei alzare gli occhi almeno una volta al giorno con la stessa meraviglia di quando ho visto il perito Moreno nella sua spudorata grandezza, ghiaccio come panna, dune bianche, giochi di azzurro, una salita coi ramponi e la gioia di bambini alle prese con un giocattolone troppo grande.
Vorrei dire della leggerezza di viaggiare senza amici nè amanti, un gruppo di persone piacevoli di cui non mi devo preoccupare se si starà divertendo o se cosa c’è che non va. Di una corsa la mattina presto per strappare una foto al Cerro Torre, ma niente, nascosto beffardo dietro un pesante tendone di nubi, a lasciarmi almeno qualcosa per la prossima volta.
Vorrei viaggiare più spesso, assaporare quella sensazione di poter fare tutto, che di fronte a tanta bellezza tutto possa solo andare bene, sciogliere le mie paure al primo raggio di sole, attraversare la vita con la grazia di un passo di tango.
RiMEdi InTelliGENTi AllA CrISi EconoMIca
C’è che questa crisi economica mi sta vagamente inquietando. Del tipo che penso che fino a ora mi è andata bene, ma ora che il gioco si fa duro si vedrà subito che sono una gran mollacciona e tanti saluti, mi troveranno a frugare in un cassonetto o cose del genere. Vacche magre in arrivo insomma. Così, per cercare di darmi una calmata ho deciso che mi serve una vacanza vera e in Patagonia ci starò ben tre settimane anziché due. Mi sembra coerente no? Perché farsi trovare con dei risparmi sul conto in un periodo simile? Sarei terribilmente out. Quindi, si parte. Che altro. Mio padre ha voluto a tutti i costi rifilarmi la sua ex macchina, la Presidenziale, che ha preso il posto della vecchia idra. La presidenziale innanzi tutto ha un sacco di elettronica e ogni mattina ti dà il buongiorno con un’allegra coreografia di spie che si accendono e si spengono in maniera del tutto autonoma e casuale. Decide la temperatura in base a criteri insonabili e parcheggiarla è come manovrare un transatlantico. Ha quella specie di affare che suona per il parcheggio, che quando arrivi vicino al muro fa il rumore da encefalogramma piatto, anch’esso vagamente inquietante. In autostrada però è divertente, posso stare in terza corsia e finalmente vendicarmi di tutti quegli stronzi con l’Audi che ti frenano a un centimetro dal culo e lampeggiano come insegne al neon. Da giovani avevano la Golf, ora sono cresciuti in maniera direttamente proporzionale alla loro stronzaggine, hanno fatto i soldi e hanno tutti l’Audi, fateci caso. The Alpinist ha poi provato l’ebbrezza di me a 150km/h sulla Valassina che gli facevo una scenata da pescivendola napoletana battendo furiosamente i pugni sul volante, era terrorizzato, soprattutto dalla guida immagino.
Alle volte mi prende un’ansia terrificante, sul futuro, i miei genitori, il lavoro, l’assoluta mancanza di voglia di maternità, i soldi buttati per l’affitto eccetera. Poi mi dico che è inutile preoccuparsi del futuro e che probabilmente quello che mi preoccupa non è quello che succederà. Poi mi dico che il Signore provvede ai gigli del campo e quindi perché mai mi dovrei preoccupare io, ma forse i bambini dell’africa avrebbero qualcosa da dire ai gigli del campo o al Signore. Ma poi insomma, di fronte alla partenza finalmente per la Terra del Fuoco, che è uno dei miei sogni di sempre, tutto sparisce e sono come una bimba davanti a una scatola gigante con un bel fiocco rosso, tutta per me.